Dalla teoria Extended DISC allo stile che indossi
Siamo lieti di presentarvi Daniela Prandi, psicologa e nostra professionista certificata in Analisi Comportamentale Extended DISC. Dopo oltre vent’anni di esperienza nella consulenza HR, Daniela ha scelto di intraprendere un percorso nuovo: sostituire i file con i fili, i monitor con gli specchi, le flip chart con drappi colorati. Ha intrecciato ciò che ha appreso sulla psicologia del sé con nuovi saperi legati all’immagine personale.
Da questa evoluzione è nato PersonAtelier, un progetto che Daniela coltiva dal 2015 e che ha trovato casa in un negozio atelier a Torino, dove servizio e prodotto si fondono per lavorare sullo stile a 360 gradi: dal comportamento all’outfit.
Ispirandosi alle teorie Extended DISC, Daniela ha portato questo approccio anche nell'abbigliamento – dando vita a un interessante percorso di ricerca che oggi prende forma nel suo nuovo libro, Vestiti - C'è della psicologia dietro l’abbigliamento che siamo felici di presentarvi qui.
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Le 5 domande
1) Origini e ispirazione
Il libro nasce anche dall’esperienza con il percorso di certificazione Extended DISC: qual è stato l’episodio o l’intuizione che ti ha fatto dire “qui c’è un libro” e come hai collegato gli stili comportamentali alle scelte di abbigliamento?
Da letture e corsi inerenti la psicologia dell’abbigliamento avevo appreso di un collegamento tra stili di personalità e propensioni vestimentarie (lo psicologo più famoso e antesignano in questo campo è stato Flügel) durante il percorso di certificazione Extended ho maturato l’idea che fosse possibile attualizzare il legame personalità-abbigliamento trasponendolo sul piano comportamentale, gli stili comportamentali del DISC mi sono sembrati una perfetta chiave di lettura dell’habitus (la nostra stoffa interiore) alla quale dare un’identità visiva, quella dell’abito, attraverso l’individuazione per ciascuno stile di colori, forme, pattern, predisposizione per detereminate vestibilità, tagli, etc.
All’inizio si è trattato di studiare il tema per progettare un metodo di lavoro: è iniziata quindi una fase di studio e di test, attraverso la somministrazione ad una trentina di persone, che avevano un profilo disc, di un questionario su gusti e propensioni in fatto di abbigliamento, da questo, e dal successivo lavoro di consulenza con persone interessate ad analizzare il rapporto stile comportamentale - stile vestimentario, è scaturito materiale interessante e ricco che diverso tempo dopo ho pensato potesse diventare un libro divulgativo su psicologia, stili comportamentali e abbigliamento.
2) Scoperte chiave
Quali sono le 2–3 scoperte più sorprendenti che hai fatto scrivendo il libro—magari qualcosa che ha smentito le tue aspettative—sul modo in cui i diversi stili (D, I, S, C) “si vestono” e comunicano attraverso i capi?
Interessante a conoscere:Qual è l’errore più comune in cui cade ciascuno stile quando sceglie cosa indossare per situazioni “ad alta posta” (colloqui, negoziazioni, presentazioni)? E un “micro‑aggiustamento” immediato per ognuno?
La scoperta più sorprendente credo sia stata in relazione allo stile C, in prima battuta avevo attribuito a questo stile disinteresse per l’abbigliamento o un abbigliamento molto standard o lineare, dai questionari e dalle successive consulenze, è emerso un rapporto molto più articolato con l’abbigliamento fatto sia di omologazione, di ricerca di protezione ma anche di grande ricercatezza e unictà.
Un’altra scoperta molto affascinante e che apre a una grande ricchezza è l’effetto della combinazione degli stili, l’effetto visivo ad esempio tra un DI e un ID può essere molto diverso, il primo metterà il focus su autorità e potere trasferendolo nell’abbigliamento magari con un completo sartoriale, orologio importante, scarpe curate o anche con un look più casual, come ad esempio una giacca strutturata e un jeans; il secondo avrà il focus sull’espressione e sull’impatto sociale, gli abbinamenti diventano probabilmente più colorati, creativi, pur sempre in un registro elegante. Insomma si ha a disposizione un lessico che permette di fare ipotesi da verificare nel corso della relazione.
Per quanto riguarda possibili trappole per ciascuno stile in occasione di situazioni particolarmente “ingaggianti”: lo stile D può rischiare di diventare troppo formale, o usare colori eccessivamente forti (es. rosso, nero) con il rischio di mettere soggezione o risultare overdressed rispetto al contesto, il suggerimento può essere quello di usare colori più chiari e comunque autorevoli (il blu, le tonalità degli azzurri, i verdi), usando elementi meno squadrati a beneficio di morbiezza e curvilineità.
Lo stile I può rischiare di eccedere nella creatività o nell’uso degli accessori creando un look che può risultare troppo informale, il suggerimento può essere quello di dosare i colori e gli accessori e adottare maggiore struttura nei tagli e nelle linee dei capi.
Lo stile S rischia di eccedere in semplicità e praticità, con il risultato di essere poco visibile e rischiare di non rimanere impresso, il suggerimento è di uscire dalla zona di comfort partendo da elementi distintivi, individuando un dettaglio, un accessorio su cui puntare e a partire dal quale costruire il look.
Lo stile C può rischiare di indossare una divisa un po’ omologata per non dover affrontare il problema di cosa indossare, risultando anonimo o troppo serio, la scelta dei tessuti morbidi, naturali e di colori tenui potrebbero essere un aiuto.
3) Background e metodo
Qual è il tuo percorso (formazione/esperienze) che ti ha permesso di unire in modo credibile psicologia, stile personale e modello DISC? Che metodo hai usato per collegare osservazioni, casi e teoria?
Sono una psicologa ed una coach formata sul modello ontologico trasformazionale, la psicologia del sé tratta molto del rapporto tra identità e immagine, in particolare la teoria del completamento simbolico ci racconta che quando ci sentiamo incompleti tendiamo a usare gli oggetti (e i vestiti ne sono una parte) per completarci, gli studi sulle neuroscienze, in particolare sull’enclothed cognition hanno messo in evidenza che quello che indossiamo non ci fa solo sembrare in un certo modo, ma ci fa diventare in quel modo, tutto questo mi ha permesso di capire che i vestiti potevano essere “usati” come strumenti di empowerment.
Per farlo avevo bisogno di un modello di lettura della persona nel suo comportamento, il DISC è stato per me una cornice perfetta che mi ha permesso di sistematizzare le conoscenze sugli stili comportamentali, di attribuire un guardaroba per ciascuno di essi e quindi di capire come potessero interagire e supportarsi a vicenda.
Faccio un esempio per spiegarmi meglio: se sono in una fase professionale nella quale mi è richiesta più visibilità, più relazioni esterne, e di essere una guida per gli altri, secondo l’enclothed cognition quello che indosso mi permette di iniziare ad essere in quel modo, allora potrò pescare dal guardaroba di uno stile D e di uno stile I per iniziare a far vivere nella mia immagine queste caratteristiche, quello che probabilmente succederà è che sarò visto in un modo diverso dal solito, che mi comporterò in un modo diverso con la possibilità di risultati diversi.
4) Applicazioni pratiche per il lavoro
Se un manager HR, un retail manager o un consulente volesse applicare le tue idee domattina, quali tre cose concrete dovrebbe fare (o smettere di fare) per “leggere” meglio i segnali dell’abbigliamento e adattare comunicazione, customer experience o leadership?
La prima attenzione che dovrebbe riguarda il modo in cui tratta le proprie interpretazioni verso gli interlocutori, sia per le caratteristiche personali che di immagine, che sono frutto di bias, di elmenti culturali, elementi soggettivi e anche di simboli che ci accomunano tutti (significati che le forme ci suggeriscono), con questa consapevolezza fare attenzione che le proprie ipotesi non siano scambiate con fatti e non diventino pre-giudizi.
Il secondo passo è acquisire alcune nozioni di base sul lessico dell’abbigliamento e sugli stili comportamentali: questo permette di riconoscere meglio i segnali che le persone inviano e di calibrare di conseguenza la relazione, sia in un colloquio, nella vendita o nella leadership.
Infine, un manager o un consulente dovrebbe imparare a usare il proprio guardaroba in modo strategico, per sostenere i propri obiettivi e renderli visibili anche attraverso il look. Nel libro c’è una sezione dedicata proprio a questo tema, intitolata “Vestiti di… se vuoi essere o avere”, che esplora come l’immagine possa diventare una risorsa consapevole di comunicazione.
5) Impatto e prossimi passi
Il libro è ora disponibile anche in libreria: che feedback stai ricevendo dai lettori e qual è il prossimo passo (nuove ricerche, strumenti pratici, eventi)?
La prima osservazione è che c’è davvero tanta psicologia dietro le scelte che compiamo apparentemente in modo automatico nel vestirci e questo mi fa molto piacere, perchè era proprio l’intento nello scriverlo; altri feedback vanno nella direzione dell’apprezzamento e della curiosità verso gli stili DISC analizzati dal punto di vista del guardaroba e proposti con esempi visisi sia di look sia di palette cromatiche, di forme e tessuti e ancora mi viene in mente sulla prima parte del libro contenente domande e dubbi su come ci vestiamo, una frase che mi viene spesso riportata è: “interessante, non ci avevo mai fatto caso, non ci pensavo... adesso mi spiego come mai succede....”
Il mio interesse per gli stili e la psicologia dell’abbigliamento prosegue e in questa fase mi sto dedicando alla riflessione su aspetti più antropologici legati al vestire e all’immagine, vedremo.
Case story
Un caso reale (anche anonimo) in cui un piccolo cambio di outfit ha sbloccato una relazione, oppure una vendita/negoziazione?
Un caso che mi viene in mente riguarda una giovane donna che stava affrontando un cambiamento lavorativo diventando responsabile di un team. La sua immagine fino a quel momento era molto semplice e orientata soprattutto alla comodità: capi casual, linee morbide, colori neutri e una presenza visiva poco strutturata. Questo stile rifletteva bene la sua personalità collaborativa, ma nella relazione con il team contribuiva anche a mantenere un clima molto informale, che a volte sconfinava in difficoltà nel mantenere confini chiari nel ruolo.
Il suo obiettivo era quindi accrescere la propria autorevolezza e la percezione di leadership, senza perdere la naturalezza e alcuni elementi di femminilità e informalità che sentiva suoi. Durante il percorso abbiamo esplorato la sua immagine futura desiderata, è emersa l’idea di una presenza più grintosa e autorevole, maggiormente connessa al contesto professionale, ma con dettagli femminili e casual eleganti.
Seguendo i principi dell’enclothed cognition, abbiamo lavorato sulla costruzione di una moodboard che le ha permesso di visualizzare sia le caratteristiche comportamentali che voleva incarnare, sia la sua identità visiva. Da lì ha iniziato a introdurre piccoli cambiamenti, ad esempio dei capi con una struttura leggermente più definita, giacche leggere, colori più decisi e accessori essenziali ma distintivi.
Il risultato è stato interessante, lei stessa ha raccontato di sentirsi più centrata nel ruolo e di riuscire a stabilire confini più chiari nelle interazioni. In questo senso il cambiamento di abbigliamento ha funzionato come un piccolo ma efficace segnale visivo di leadership, che ha sostenuto il cambiamento relazionale.
Team Extended DISC Italia